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Studiosi e Testimoni (i “giusti”)


Questa sezione è dedicata alle voci di quelli che si battono contro l’occupazione coloniale della Palestina, di quelli che in Israele e fuori, ebrei e non, hanno rifiutato di chiudere gli occhi e hanno preso la parola, per pronunciare essenzialmente un sonoro “No!”. Sono paragonabili a quelli che in ogni epoca hanno interrogato la realtà con onestà e rispetto e hanno agito responsabilmente, ognuno secondo le proprie possibilità. Qui ci sono scritti che sono il frutto di anni di studio o di giorni di impegno concreto e totalizzante, sono interviste o articoli o diari che restituiscono la vitalità e la verità delle coscienze, o sono saggi che cercano in profondità i segni delle storie, tutti divenuti indispensabili.

In particolare sono qui presenti quegli studiosi di varie discipline che si sono applicati a comprendere i fatti e gli eventi che, nell’arco di un secolo e mezzo, hanno portato alla costituzione nel 1948 dello stato d’Israele a spese della popolazione che abitava la regione della Palestina, senza che potesse nemmeno essere costituito, a tutt’oggi, uno stato separato per questa popolazione palestinese, come previsto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, già il 29 novembre del 1947, con la Risoluzione 181. Tutti, studiosi e testimoni, hanno accettato di confrontarsi in ultima analisi con quello che è il “cuore di tenebra” dell’Occidente, la struttura coloniale della civiltà occidentale, interrogandosi con sincerità riguardo ai propri stessi sentimenti e pensieri più radicati.




SEZIONI:




Per leggere una selezione di articoli d’informazione e di riflessione tradotti in italiano, sintonizzatevi sul lavoro del collettivo di volontari   ZEITUN.




Questa è la testimonianza di una giovane scrittrice cresciuta a Milano, Widad Tamimi, figlia di un padre palestinese, Khader Tamimi, pediatra tuttora residente a Milano e presidente della Comunità palestinese lombarda, e di una madre ebrea, Claudia Weiss, morta giovanissima, che apparteneva ad una grande famiglia ebraica di Trieste. Widad si è sempre sentita legata, fortemente, alla cultura della famiglia Weiss. Il nonno citato è Carlo Weiss ed un cugino di Carlo era don Lorenzo Milani, la cui madre era Alice Weiss.


Non in nostro nome!
di Widad Tamimi

Quando, molti anni fa, mio nonno ancora ragazzo, si ritrovò in mezzo all’immenso oceano a bordo dell’ultima nave partita dall’Inghilterra verso l’America, in cerca di rifugio dalle oppressive leggi razziali nazi-fasciste, sentì per la prima volta – mi disse – il peso della propria identità ebraica.

Essere ebrei è un’esperienza complessa che trascende la religione. Troppo spesso viene erroneamente semplificata in una etichetta etnica o ridotta ai confini della discendenza matrilineare. Tuttavia, l’essenza del sentirsi ebrei abbraccia configurazioni ben più ampie di queste. Si intreccia a una ricca trama di esperienze di vita, in particolare quelle segnate dalla persecuzione, dall’esilio e dalla continua opposizione dialettica nei confronti delle semplificazioni che chi insiste nel catalogare l’umanità in scatole ordinate ama applicare.

Questo viaggio di identità è un promemoria che ci ricorda il complesso patrimonio che è per ognuno di noi plasmato non solo dall’ascendenza, ma anche dalla resilienza di fronte alle avversità. Riflette la profonda connessione delle storie personali alla Storia grande e ci obbliga a onorare il costante impegno a ricordare le prove affrontate da coloro che ci hanno preceduto. Complessità che è non solo dell’identità ebraica, ma dell’umanità in generale.

Netanyahu, nel suo ultimo intervento negli Stati Uniti e in questi mesi di costante massacro della popolazione di Gaza e della West Bank, si è permesso, al pari di chi lo ha fatto con l’intenzione di ucciderli, di mettere tutti gli ebrei in un’unica categoria. Si arroga il diritto di parlare per loro, e invece è contro di loro, e la verità è che – non si sa se con coscienza o meno – agli ebrei di tutto il mondo, e certamente anche agli israeliani, sta facendo non un favore, ma arrecando un grave danno. Oggi, che solo gli stolti confondono la rabbia del mondo verso Israele con l’antisemitismo, Netanyahu si permette di ringraziare il presidente Trump a nome di tutti gli israeliani e di tutto il popolo ebraico.

Ho provato ribrezzo nei confronti di questo pronunciamento, mi sono sentita, e sono certa molti altri di origini ebraiche con me, violata della mia identità, abusata da un criminale.

Sono mesi che mi sento come in mezzo al mare, al pari di mio nonno adolescente, tra l’Europa e l’America, più cosciente che mai dell’impatto che la storia della mia famiglia ebraica e della grande Storia che li ha segnati ha avuto sulla mia vita e sulla cultura cui appartengo.

È una storia di diaspore, di dolori grandi, di molte lingue, di distanze insanabili a causa delle fughe a cui siamo stati obbligati, dell’impegno etico che è sempre stato il vero e unico senso di elezione che abbia motivato la nostra famiglia a sentirsi non superiore agli altri popoli, ma responsabile verso diritti universali comuni a tutta l’umanità. Ed è proprio il nostro dolore a spingerci in testa al corteo di tutti quelli che sentono questo richiamo e a chiamarci ad essere, ancora più degli altri, tutori di un obbligo di compassione, nel senso proprio del patire con gli altri, perché la pena provata dovrebbe offrirci l’opportunità di percepire con più facilità quella degli altri.

Dunque a Netanyahu e a chi osa imbrattare il nostro nome anche solo ringraziando un uomo, uno Stato e i molti altri, anche quelli europei, colpevoli non solo di passività, ma anche del sostegno attivo fornito nella vendita di armi, nel blocco dei corridoi umanitari, nella distruzione della legittimità del diritto internazionale e delle istituzioni dell’Onu, tra cui l’Unrwa (nata per volontà di escludere i palestinesi dal diritto che protegge tutti i rifugiati del mondo tranne loro, sotto la Convenzione del 1951 e gli uffici dell’Unhcr, sottraendoli della possibilità ad avere una soluzione permanente tra cui il ritorno alla loro terra) dico una cosa e una soltanto: non in nome di tutti gli ebrei del mondo. Che nessuno si permetta di ringraziare Trump in nome nostro, non in nome di tutti gli ebrei, perché ciò che il mondo ha fatto per 80 anni alla popolazione palestinese e che oggi sta completando con un atto finale degno solo di questo lungo e macabro spettacolo che un giorno tutti diranno di aver osteggiato, non è stato sostenuto da tutti gli ebrei del mondo. Al contrario: ce ne vergogniamo.

Manca davvero solo l’ultimo colpo di scena, non la condanna dei criminali di guerra per lo sterminio di bambini, donne, malati e anziani, ma invece il conferimento, proprio a loro, del premio Nobel per la pace.

10 luglio 2025   (da “il manifesto”)


Questo è un nuovo intervento di Widad:


La giustizia condizione necessaria alla pace
di Widad Tamimi

Due anni dopo, il 7 ottobre non è più soltanto una data impressa nel calendario del dolore: è una linea di frattura nella coscienza del mondo. Quel giorno ha scosso le fondamenta del diritto internazionale, della politica e persino della percezione morale che l’umanità ha di sé stessa. Rileggere oggi quella tragedia significa guardare non solo alle 1.194 vite spezzate in Israele, ma anche alle decine di migliaia di palestinesi uccisi, feriti o sfollati nella risposta che ne è seguita. Significa riconoscere che la catena di violenze non è iniziata né finita allora, ma che da quel giorno la giustizia ha cominciato a reclamare con più forza il proprio spazio.

Per due anni, la memoria del 7 ottobre è stata contesa e manipolata. Da un lato, il ricordo del trauma israeliano, profondo e legittimo, dall’altro, la catastrofe palestinese che ne è derivata, ridotta spesso a «effetto collaterale». Ma la memoria non è un tribunale e la giustizia non può essere selettiva. Il diritto internazionale umanitario – quello che regola i conflitti e tutela la vita dei civili – non ammette eccezioni: vieta gli attacchi contro i non combattenti, la distruzione di infrastrutture civili, l’uso della fame come arma di guerra. Tutto questo, in questi due anni, è accaduto ripetutamente e sotto gli occhi di tutti.

Il lavoro delle corti internazionali prosegue con pazienza e perseveranza: i mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant (i tre leader di Hamas, Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh sono stati uccisi in omicidi extragiudiziali da Israele) ci ricordano che il principio dell’universalità del diritto è concreto. La legge è uguale per tutti. Non si tratta di equiparare le colpe, ma di riaffermare un principio: la responsabilità penale non conosce bandiere né ideologie. In questo, la Cpi ha restituito dignità non solo alle vittime, ma anche al diritto stesso, troppo spesso subordinato alla ragion di Stato. Negli ultimi due anni, la distanza tra i governi e le opinioni pubbliche è cresciuta. Mentre le cancellerie restavano impantanate nei calcoli geopolitici, le piazze si sono riempite di studenti, giuristi, accademici, religiosi, e comuni cittadini che hanno chiesto la stessa cosa: verità, giustizia e rispetto del diritto internazionale. È questo forse il cambiamento più profondo: la consapevolezza collettiva che la giustizia non è più un affare di élite, ma una pretesa universale.

La politica internazionale ha fallito là dove avrebbe dovuto prevenire. Per decenni, ha ignorato la radice del conflitto, affidandosi a negoziati che scambiavano diritti con tregue temporanee, promesse con occupazioni, silenzi con armi. Il diritto, invece, pur tra lentezze e imperfezioni, sta tornando a essere l’unico linguaggio credibile. Le decisioni della Corte internazionale di Giustizia, le indagini delle Nazioni unite, le sentenze sui crimini di guerra segnano un ritorno di civiltà. Non basta ancora, ma è un inizio.

Oggi, ricordare il 7 ottobre non può significare scegliere una parte. Significa riconoscere che nessun popolo può costruire la propria sicurezza sull’annientamento di un altro. Significa anche accettare che la giustizia non è un ostacolo alla pace, ma la sua condizione necessaria. Israele dovrà affrontare la propria malattia interna – quella di uno Stato che si è difeso fino a perdere la misura della difesa.

La Palestina dovrà superare la frammentazione e il peso di rappresentanze che l’hanno spesso tradita. Ma entrambi i popoli potranno rinascere solo in un contesto dove la legge protegge i vivi e onora i morti, senza distinzione.

Forse il più grande insegnamento di questi due anni è che il concetto stesso di Stato sovrano, se usato come scudo per violare i diritti umani, non ha più legittimità. Il futuro appartiene a un ordine giuridico capace di anteporre la persona all’interesse nazionale, la giustizia alla forza.

Due anni dopo, il 7 ottobre ci obbliga a ricordare una verità semplice ma rivoluzionaria: non esiste pace senza giustizia, e non esiste giustizia che non sia universale.

7 ottobre 2025   (da “il manifesto”)

Ilan Pappé

Abbiamo anticipato nella Home-page una intervista molto importante di settembre 2024 allo storico israeliano Ilan Pappé.

Nato nel 1954 ad Haifa da famiglia ashkenazita tedesca, trasferitasi negli anni ’30 in Palestina per sfuggire alle prime persecuzioni naziste, Pappé si laurea all’Università Ebraica di Gerusalemme nel 1978 e poi si reca ad Oxford per studiare storia. Il suo dottorato di ricerca, che consegue nel 1984, approfondisce il tema della politica estera britannica verso il Medio Oriente.
Infatti, a partire dai primi anni ’80, molti documenti classificati vengono resi accessibili agli studiosi dai governi britannico e israeliano. Pappé si dedicherà negli anni successivi allo studio del periodo della nascita dello stato di Israele e dell’espulsione e della fuga dei palestinesi dalla propria terra, in particolare nel ’48-’49. Dal 1984 al 2006 è docente di storia presso il Dipartimento di Storia del Medio Oriente e il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Haifa. A causa delle sue posizioni estremamente critiche verso il governo israeliano e della sua adesione alla Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, il rettore dell’Università di Haifa chiese pubblicamente che Pappé scegliesse volontariamente le sue dimissioni dall’università mentre anche alla Knesset (il Parlamento israeliano) veniva pronunciata una richiesta di licenziamento dal ministro dell’educazione.
Alla fine, nel 2007 Pappé sceglie di abbandonare definitivamente il suo paese per esiliarsi volontariamente in Inghilterra ed attualmente insegna storia nella Facoltà di Studi umanistici, Arti e Scienze sociali dell’Università di Exeter e afferisce all’Istituto di Studi Arabi ed Islamici; è inoltre direttore dell’European Centre for Palestine Studies dell’Università di Exeter.

Sulla decisione di lasciare Israele, questa è un’intervista del 23 marzo 2007 di Michele Giorgio. E questa è un’intervista, dello stesso anno, del 23 dicembre 2007, di Emanuela Irace, incredibilmente attuale e importante. Entrambe son saltate fuori da quello scrigno prezioso che è l’archivio storico de il manifesto.

1)   Di alcuni dei suoi libri, pubblicati in Italia, si è già detto. In particolare, raccomandiamo ancora quel libro indispensabile, “Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina”, pubblicato da Fazi Editore. L’ultima sua opera più ragguardevole è in realtà un corposo volume di 600 pagine pubblicato in giugno 2024 da OneWorld Publications (Londra), “Lobbying for Zionism, on Both Sides of the Atlantic” (rimasto non tradotto in italiano); un libro che ha richiesto anni di lavoro. Pappé lo ha presentato a Londra presso la Cordoba Foundation. Abbiamo estratto la presentazione di Pappé dalla registrazione video dell’intero incontro, e abbiamo finalmente inserito i sottotitoli in italiano, dunque ecco il video. Si tratta di un documento molto interessante che dura solo mezz’ora, assolutamente da vedere!
Si può anche leggere la trascrizione e, a fronte, la traduzione in italiano in questo file_PDF.

2)   Importanti sono due articoli di Pappé pubblicati di recente, il primo per la New Left Review (21 giugno 2024, London UK), Il collasso del sionismo e il secondo per Al-Jazeera (Opinions, 7 ottobre 2024), Israele dopo il 7 ottobre. Consigliati.


Francesca Mannocchi

Introduciamo qui una giornalista e scrittrice coraggiosa, Francesca Mannocchi, che fa della sua professione un impegno civile: sempre in partenza per i luoghi difficili e martoriati della nostra contemporaneità, dove la storia si fa sofferenza e dove solo una profonda umanità può permetterle di avvicinarsi.. per raccontare fatti e persone con disarmante sincerità.
Cercheremo di mostrare il suo lavoro e la sua testimonianza preziosa attraverso i suoi servizi televisivi più importanti.

Immediatamente dopo l’attacco in territorio israeliano del 7 ottobre 2023 da parte di 2–3 mila miliziani delle brigate combattenti, affiliate ai movimenti politici principali della Striscia di Gaza (Hamas, Jihad islamico ed altri), Israele sigilla la Striscia e scatena una distruzione umana e materiale senza precedenti nella storia più recente. A nessun giornalista è permesso di entrare nel territorio di Gaza. Francesca Mannocchi parte immediatamente per Tel Aviv e per la Cisgiordania. Dopo i primi collegamenti in video in ottobre, nella trasmissione “Propaganda Live” de LA7, una volta rientrata in Italia presenta di persona i suoi servizi.

  1. Il 3 novembre 2023, Francesca mostra i primi 4 servizi. Non possiamo nascondere che è stata una grande emozione. Il suo intervento all’interno di “Propaganda Live”, condotta da Diego Bianchi, dura circa 55 minuti e qui per comodità è suddiviso in 2 parti.
    1. Tel Aviv - Nella Parte_1 viene mostrato un primo servizio da Tel Aviv, dove c’è un presidio permanente dei parenti degli ostaggi sequestrati dai miliziani di Hamas; ci sono anche i sopravvissuti ai raid nei kibbutz che erano molto vicini al confine con la Striscia di Gaza. Questi kibbutz (in realtà, al plurale è kibbutzim) erano abitati per lo più da pacifisti, non ostili ai palestinesi.
    2. Gaza City - Un secondo servizio, assai breve, è senza parole: sono immagini girate da un operatore palestinese a Gaza City, in un ospedale, tra le vittime dei pesanti bombardamenti delle IDF (Israel Defense Forces, l’esercito israeliano). Fa impressione vedere gli edifici ancora in piedi.
    3. Hebron - Il terzo servizio mostra la vita a Hebron (Al Khalil per i palestinesi). Viene raccontata da un gruppo di ragazzi e da alcuni abitanti, soggetti alle pesanti restrizioni da parte dell’esercito e alle continue violenze e umiliazioni da parte dei coloni. La città, la maggiore della Cisgiordania, è divisa in 2 parti, H1 e H2: la zona H1 comprende la maggior porzione della città, abitata solo da palestinesi, ed è sotto amministrazione ANM; la zona H2, più piccola, comprende la Città Vecchia e la Tomba dei Patriarchi (divisa in due parti separate da grate), che è frequentata per culto sia da musulmani che da ebrei; nella zona H2 ci sono 5 piccoli insediamenti israeliani; è opportuno dare un’occhiata alla mappa_1 e alla mappa_2. Nelle mappe sono chiaramente visibili i molteplici insediamenti colonici israeliani, quelli incastrati nel mezzo della Città Vecchia e quello, ben più ampio, di Kiryat Arba (quasi 8 mila abitanti) che incombe ad Est. A Kiryat Arba vive Itamar Ben-Gvir e vi è sepolto Baruch Goldstein, dei quali avremo modo di parlare ancora ( ora è disponibile nella Home-page di questa sezione il LINK ad un ottimo documentario su Arte.tv). Gli abusi dei coloni vengono costantemente monitorati dalla Ong israeliana B’Tselem, “Il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati”; a questa dedicheremo un focus particolare.
      Francesca manifesterà un’attenzione crescente alla realtà dei coloni, che ci permetterà di comprendere meglio questo gruppo così importante della popolazione israeliana (la parola inglese è più precisa: settlers, “quelli che si insediano”).
    4. Jenin - Nella Parte_2 viene mostrato il quarto servizio, dalla città più a nord della Cisgiordania, Jenin, e più precisamente dal suo campo profughi: qui sono soprattutto i bambini a parlare.
    Ecco i due video (MP4) che si possono vedere online e scaricare: Parte_1 (32 minuti) e Parte_2 (22 minuti e mezzo).
  2. Nella trasmissione del 15 dicembre 2023, Francesca mostra 4 servizi.
    1. Hebron - Francesca è tornata a Hebron e dedica i primi 2 video alle comunità di pastori delle Colline a Sud di Hebron, in un’area che diventerà assai nota a tutti noi per merito del film “No Other Land”: Masafer Yatta; di cui si può leggere e si può vedere il film nella Home-page di questa sezione. I primi due servizi durano rispettivamente 4:45 e 7:24 (m:s).
    2. insediamento di Otniel - Nel terzo servizio, Francesca dà la parola ai coloni, recandosi in un insediamento a qualche chilometro a sud-ovest di Hebron, Otniel (Vedi sulla mappa1 nella Home-page). Non è così scontato poter entrare e poter intervistare gli abitanti di un insediamento colonico israeliano. Il servizio dura 7:02 m:s.
    3. Hebron - Il quarto servizio è dedicato ad una intervista a Issa Amro, noto attivista nonviolento palestinese, che abita nella zona H2 nel quartiere di Tel Rumeida, a stretto contatto con l’insediamento omonimo (durata 9:08 m:s).
    Questo è l’intero intervento di Francesca, che dura complessivamente 36 minuti e mezzo.
  3. Nella trasmissione di “Propaganda Live” del 2 febbraio 2024 Francesca mostra 3 clip.
    1. Jenin - Il primo servizio, in 2 clip separate, ci mostra ancora una realtà di cui si parla poco, la violenza fuori misura scatenata dalle IDF, dopo il 7 ottobre ’23, anche in Cisgiordania.
      La realtà dell’occupazione, negli anni successivi alla “Guerra dei 6 giorni” del 1967, è già di per sé al di fuori di ogni immaginazione. La costruzione, in numero via via crescente, degli insediamenti colonici in Cisgiordania porta con sé uno stravolgimento dell’intero territorio e del paesaggio (questa costruzione con relativo insediamento di popolazione israeliana è espressamente vietata dall’articolo 49 della IV Convenzione di Ginevra del 1949 - I governi israeliani hanno sempre contestato la validità di questa norma). Un esempio: una ragnatela di superstrade, percorribili esclusivamente dalle auto con targa gialla israeliane, collega gli insediamenti tra di loro e alle città in territorio israeliano. Tutte le altre strade, in pessime condizioni ed interrotte (in maniera del tutto arbitraria ed improvvisa) con ogni genere di ostacoli, sono quelle dei palestinesi, costretti a lasciare quindi le proprie auto (con targhe bianche) in prossimità dei blocchi. Alla fine, i palestinesi si muovono per lo più a piedi tra un’interruzione o un posto di blocco e l’altro (checkpoint) e nei tratti più lunghi utilizzano i pulmini collettivi, che fanno la spola tra i checkpont.
      Il servizio di Francesca dà la parola ai palestinesi di Jenin ed alla responsabile sanitaria (italiana) del presidio di Médecins Sans Frontières, che testimonia dell’attacco sistematico dell’esercito israeliano agli Ospedali. Nella seconda clip ascoltiamo due testimonianze durissime, che esprimono nella maniera più semplice e asciutta l’enorme sofferenza patita e la toccante dignità con cui essa viene affrontata, un grande insegnamento di umanità.
    2. Tel Aviv - Ecco, nella terza clip, una realtà importante della società israeliana: tenuta nascosta, numericamente esigua, nondimeno essa merita l’attenzione e il riconoscimento che costituisca una comunità di donne e uomini giusti. Parliamo dei cosiddetti Refuseniks, obiettori di coscienza al servizio militare, che è obbligatorio in Israele. Su di loro ci sarebbe molto da raccontare, perché hanno una storia; sulla pagina web che era l’antenata di questo sito c’era una sottosezione ad essi dedicata, occorre aggiornarla per mostrarla, per ora e per informazione ci sembra utile questa pagina recente di today.it.
      Francesca intervista e dà voce ad uno di questi ragazzi.
    Questo è l’intero intervento di Francesca, che dura circa 34 minuti.

continua...



Iain Chambers

Iain Chambers è un antropologo e sociologo nato in Inghilterra nel 1949. È stato membro del gruppo diretto da Stuart Hall all’Università di Birmingham, il Centre for Contemporary Cultural Studies, dove hanno avuto sviluppo gli “Studi Culturali”; poi, trasferitosi a Napoli, è stato docente di Studi Culturali e Postcoloniali all’Università “L’Orientale” di Napoli.

A pochi giorni dal 7 ottobre 2023, Iain scrive un breve articolo per il Manifesto, che viene pubblicato il 15 ottobre. Lo proponiamo qui di seguito:

Il cuore nero dell’Occidente coloniale

A Gaza non si ferma un genocidio programmato da parte di Israele, risposta agli assassinî e alle atrocità compiute da Hamas sui civili israeliani. Noi che assistiamo, al di là della spirale del linguaggio delle istituzioni politiche e dei media occidentali, siamo chiamati a condannare il terrorismo ma non a cercare di comprenderne le cause.

Il terrorismo è stata anche un’etichetta applicata dalle autorità britanniche in Palestina ai futuri capi politici dello Stato ebraico. Il suo significato mutevole, dalle donne che portavano bombe nelle loro ceste nei quartieri europei nella battaglia d’Algeri agli assalti e ai massacri perpetrati da Hamas, suggerisce una storia piuttosto che un semplice evento abominevole. I 75 anni trascorsi dalla fondazione dello Stato di Israele hanno visto la costante colonizzazione della Palestina, strappando brutalmente il territorio e le vite dei suoi abitanti autoctoni.

Israele, in quanto sfogo del senso di colpa dei poteri europei, riparazione della Shoah ed esercizio di colonialismo occidentale, solleva questioni molto più profonde di quanto le etichette pronte del terrorismo e della guerra in Medio Oriente siano in grado di accogliere.

La geopolitica che permette a certi poteri di essere esercitati e ad altri di essere emarginati e schiacciati non è solo l’evidenza empirica di poteri asimmetrici; rivela anche il copione e la posizione di coloro che scrivono e definiscono la narrazione. È proprio qui che il sionismo si intreccia con la costituzione coloniale del mondo moderno.

Se Israele non è geograficamente in Occidente, è storicamente, politicamente e culturalmente dell’Occidente. Ciò solleva la questione della necessità per l’Occidente, e non solo per la Germania, di trasformare il senso di colpa per la Shoah nel compito politico e culturale, ben più arduo, di assumersi la responsabilità della formazione genocidiale della modernità: dalle Americhe, dall’Africa, dall’Asia e dall’Oceania all’Olocausto europeo. Questa contro-narrazione, già sperimentata da Hannah Arendt e Aimé Césaire, ci trascina in temporalità e poteri strutturali più profondi. Qui, l’evidenza contemporanea e storica che alcune vite contano più di altre rivela continuamente la disposizione razziale della nostra costituzione coloniale.

Riconoscere questo cuore di tenebra e la nostra responsabilità nel produrre la resistenza alle nostre intenzioni coloniali che ha portato alla risposta brutale e fondamentalista di Hamas non significa giustificarla. Piuttosto, significa iniziare a capire che non sono tanto «loro» quanto noi ad aver prodotto il mondo che testimonia le atrocità perpetrate in Palestina.

I risultati del colonialismo e della modernità occidentale non possono essere semplicemente riportati indietro o annullati, ma possono essere riconfigurati. Altrove, nelle lotte per i diritti degli indigeni in America Latina e in Australia e nell’uscita postcoloniale praticata in Sudafrica, dove si sta smantellando l’ordine razziale di un apparato coloniale di apartheid, la colpa viene rielaborata in responsabilità.

Ciò dimostra che l’attuale modello coloniale occidentale di supremazia bianca non ha necessariamente l’ultima parola.

Per molti lettori è come aprire gli occhi su una imprescindibile presa di coscienza. Con questo scritto, Iain Chambers inizia una lunga e sofferta riflessione sulle origini e sull’idea di Occidente, dedicata ad un pubblico (italiano) che non è a conoscenza nemmeno dell’esistenza degli studi postcoloniali. Egli, infatti, focalizza subito l’attenzione su quella caratteristica fondativa dell’Occidente, nel suo sviluppo capitalistico, che è il colonialismo.
Iain, negli articoli che si susseguiranno nei mesi successivi durante l’indicibile catastrofe di Gaza, dipana lentamente e cocciutamente un gomitolo, tornando e ritornando sugli stessi concetti, ogni volta aggiungendo un nuovo sprazzo di luce. Proponiamo qui 4 raccolte di questi articoli. Scrittura densa, che ha bisogno di essere letta con lentezza per seguirne il linguaggio. Scritti, dunque, che possono essere letti in tempi diversi, per apprezzarne i molti riferimenti e i momenti di sincera partecipazione emotiva.

La prima raccolta è ICm1, da noi intitolata “Gaza e l’Occidente”. La seconda raccolta è ICm2, intitolata “Gaza e l’Università”. La terza raccolta è ICm3, intitolata “Gaza e il Genocidio”. La quarta raccolta è ICm4, intitolata “Gaza e la grammatica coloniale”
La parola genocidio era già presente al primo rigo del primo articolo, ad una settimana dal 7 ottobre, seguita da un attributo: programmato.
E qui di seguito proponiamo per esteso l’articolo del 6 giugno 2025, che è il primo della quarta raccolta di sopra, che rappresenta insieme un suggello di quanto scritto fino ad allora e l’inizio di un ulteriore sviluppo della riflessione necessaria su un’altra parola, colonialismo:

La grammatica coloniale e l’oblio di Gaza

Di fronte alle atrocità commesse a Gaza, l’Occidente si ritrova bloccato nello specchio oscuro della propria storia. Confrontato con le prove del colonialismo, dell’apartheid, della pulizia etnica, dei campi di concentramento e del disprezzo razzista per la vita altrui, si trova a fare i conti con la propria grammatica storica. Affrontare il massacro dei palestinesi da parte di Israele significa, in ultima analisi, affrontare gli orrori della nostra stessa formazione politica e storica.

Esercitando il diritto all’autodifesa contro chi è vittima della propria colonizzazione – stranamente, ai colonizzati non è permesso usare questo linguaggio, sono semplicemente «terroristi» – Israele svela tutto. Rappresentando l’«unica democrazia in Medio Oriente» che sta combattendo una guerra contro barbari e animali, lo Stato ebraico ci trascina tra le rovine di Gaza per chiederci come siamo arrivati a un tale abisso atroce.

La risposta è ovviamente il colonialismo. L’esercizio del diritto occidentale a rivendicare e conquistare il mondo è una realtà storica innegabile. È inscritto nel linguaggio stesso che i governi e i media europei continuano a utilizzare per affrontare il genocidio a Gaza e la violenza quotidiana in Cisgiordania. Strutturalmente dipendente dalla razzializzazione del pianeta per «giustificare» il proprio esercizio, tale linguaggio rivela brutalmente che alcune vite (quelle dei bianchi e degli occidentali) contano molto più di altre. Alcuni hanno il diritto di essere nominati e pianti, altri rimangono anonimi mentre i loro cadaveri si accumulano nell’ombra dei «danni collaterali». Storicamente, per decidere chi deve essere riconosciuto e chi deve essere schiavizzato, venduto, espulso o sterminato, è sempre stata necessaria la disumanizzazione e l’imposizione di un ordine razziale sull’umanità.

Eppure, il concetto di colonialismo non viene mai utilizzato nel discorso pubblico o nel dibattito politico. Si tratta di una storia troppo dirompente in cui Netanyahu e Hamas sono soltanto dei sintomi, non delle cause.

I sionisti che un secolo fa arrivarono in Palestina per colonizzarla – questo era anche il termine da loro usato, ma all’epoca il colonialismo e il fardello dell’uomo bianco di portare la civiltà nel mondo erano altamente rispettabili e moderni – erano bianchi e occidentali. Gli altri ebrei che avevano vissuto per secoli in Palestina e nel mondo islamico – dal Marocco all’Iraq – erano considerati dai nuovi arrivati come tracce indesiderate di un mondo premoderno.

Questi ebrei mizrahim (in ebraico semplicemente «orientali», NdR) furono costretti ad abbandonare il loro dialetto giudaico-arabo e ogni legame con il mondo “orientale”. Le idee di progresso, modernità, stato-nazione, sionismo e supremazia bianca si intrecciano qui in modo inquietante in quello che Cedric Robinson definirebbe capitalismo razziale.

Le conseguenze sono il terrore razziale, il genocidio, la pulizia etnica, lo sterminio e l’ossessione della superiorità razziale basata sulla purezza e sulle linee di sangue: dalla conquista dell’ultimo regno arabo di Granada nel 1492, alla deliberata cancellazione di culture, storie e vite umane in mappe astratte disegnate nella spartizione imperiale dell’Africa da parte delle potenze europee nel 1884-5 a Berlino, fino ai fanatici ebrei di Brooklyn di oggi che trasformano la valle del Giordano nella frontiera senza legge di uno stato etnico-religioso. Siamo ancora a portata d’orecchio del morente Kurtz alla fine di Cuore di Tenebra: «Sterminate tutti i bruti».

La difficoltà che l’Occidente ha nel riconoscere i palestinesi come esseri umani meritevoli della nostra empatia e del nostro sostegno emerge da questa lunga notte coloniale.

Forse raccontare questa storia nell’osceno dramma di Gaza è troppo per un Occidente che per secoli strutturalmente dipendeva da questi rapporti crudelmente ingiusti. Ciò richiederebbe la demolizione della nostra casa, costruita sul colonialismo e sul razzismo e sigillata dalla supremazia bianca, e la costruzione di un’altra guidata da un umanesimo commisurato al mondo e non esclusivamente all’Occidente.

In questo cuore di tenebra, il genocidio di Gaza e il terrorismo dello stato di Israele ci riguardano da vicino.

Senza vergogna né senso di colpa, Israele sfoggia con orgoglio la costituzione coloniale della modernità occidentale. La questione, quindi, non è di natura umanitaria, ma storica e politica. Fermare Israele e annullare le sue intenzioni omicide nei confronti dei palestinesi significa fermare, smantellare e decolonizzare il nostro stesso percorso. Non si tratta semplicemente del riconoscimento politico della nostra responsabilità per le ferite aperte del mondo moderno. Si tratta di un processo pedagogico più profondo, di un apprendimento da Gaza e dai palestinesi. Questo processo è appena iniziato.

Francesca Albanese

Francesca Albanese è nata nel 1977 ad Ariano Irpino (Avellino) ed è per titolo avvocata internazionalista. Dal maggio 2022 ricopre la carica di “Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967”.

Si tratta di un incarico conferito dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC), che rientra nel sistema delle Procedure Speciali, che sono singoli o gruppi di esperti in materia di diritti umani, indipendenti, con il mandato di riferire (al Consiglio) e fornire consulenza sui diritti umani da una prospettiva tematica o specifica per paese. Si tratta di incarichi non retribuiti e la loro durata è limitata a un massimo di sei anni.
Il Consiglio dei diritti umani, così come le altre componenti delle Nazioni Unite, nel corso dei decenni (dall’istituzione nel 1945) ha visto lentamente attenuarsi il proprio prestigio e, di conseguenza, il proprio impatto sulla scena pubblica internazionale: è venuto meno essenzialmente il sostegno e la volontà da parte delle nazioni di tener fede all’impegno assunto alla fine della Seconda Guerra mondiale (“mantenere la pace e la sicurezza internazionale attraverso la cooperazione, il rispetto dei diritti umani e l'uguaglianza tra i popoli”), così come espresso dalla Carta di San Francisco. La responsabilità maggiore e manifesta è delle potenze occidentali, completamente concentrate sulla difesa dei propri interessi geopolitici e soggette alle leggi dell’economia capitalistica.

Francesca Albanese, che aveva già una esperienza, maturata sul campo, della “questione palestinese”, ha assunto il suo incarico con una dedizione, onestà e passione civile non comuni. Al momento dell’attacco efferato ed infausto da parte di Hamas, del 7 ottobre ’23, all’esterno del confine sigillato della Striscia di Gaza, la Relatrice speciale aveva redatto in un anno e mezzo di lavoro i primi 3 rapporti (di cui il terzo, appena terminato, sulla condizione dei bambini palestinesi). Da quel momento la vita cambia completamente, la sua immagine e il suo lavoro vengono proiettati sulla scena mondiale, i suoi successivi rapporti sono un potente atto di accusa dell’operato del governo e dello Stato d’Israele storicamente inteso, e delle complicità di cui ha potuto godere, fino a permettere una comprensione più profonda, da parte di chiunque volesse dedicarsi ad uno studio della storia, dei fatti che hanno segnato la cosiddetta “questione palestinese”.
L’avvocata non si sottrae alla esposizione mediatica e la prova è durissima, si sente catapultata in prima linea e combatte con le armi a lei congeniali contro intimidazioni, sanzioni e odio. La qualità, che è forza e debolezza insieme, che maggiormente si manifesta pubblicamente è un’empatia istintiva e diretta, che potremmo addirittura chiamare “disarmata e disarmante”.
Oltre che al suo primo pamphlet “J'Accuse” (con Christian Elia - Fuori Scena), pubblicato a caldo nel novembre del 2023, rimandiamo qui ad un libro più intimo nel quale è possibile scoprire un piccolo mondo di amicizie significative e così entrare come in familiarità con lei: il libro è “Quando il mondo dorme” (Rizzoli) del maggio del 2025. I testi dei suoi 6 rapporti (senza le note), fino al giugno ’25, sono stati pubblicati a novembre del 2025 in un volume coraggioso: “Inside - Dentro la violenza di Israele” (Fuori Scena). Qui cercheremo di pubblicare alcuni di questi rapporti, in italiano, pur riconoscendo che per il lettore rappresentano una bella sfida.

Nei primi giorni di gennaio 2026 è uscito in Italia il documentario di Christophe Cotteret “Disunited Nations” (Francia, 2025). Questo documentario non è attraente, come sanno essere oggi alcuni prodotti dell’industria cinematografica, ma è una buona introduzione alla riflessione sul significato di una istituzione come l’ONU, in un momento storico difficile come quello attuale, oltre che una introduzione al lavoro non molto noto degli esperti del diritto; infine è un ritratto di una donna coraggiosa. Il documentario è distribuito sulla piattaforma ARTE (fino a marzo 2026), ma abbiamo preferito lavorare sulla versione audio originale (con la voce di Cotteret), correggendo e rieditando poi i sottotitoli in italiano:
Christophe Cotteret, Disunited_Nations (Francia, 2025) [file MP4, che si può scaricare e utilizzare anche su uno schermo TV più comodamente].
Consigliamo vivamente di guardarlo.


continua...