SEZIONI:
Per
leggere una selezione di articoli d’informazione e di
riflessione tradotti in italiano, sintonizzatevi sul
lavoro del collettivo di volontari ZEITUN.
Questa è
la testimonianza di una giovane scrittrice cresciuta a
Milano, Widad Tamimi, figlia di un padre palestinese,
Khader Tamimi, pediatra tuttora residente a Milano e
presidente della Comunità palestinese lombarda, e di una
madre ebrea, Claudia Weiss, morta giovanissima, che
apparteneva ad una grande famiglia ebraica di Trieste.
Widad si è sempre sentita legata, fortemente, alla cultura
della famiglia Weiss. Il nonno citato è Carlo Weiss ed un
cugino di Carlo era don Lorenzo Milani, la cui madre era
Alice Weiss.
Non in nostro nome!
di Widad Tamimi
Quando, molti anni fa, mio nonno ancora ragazzo, si
ritrovò in mezzo all’immenso oceano a bordo dell’ultima
nave partita dall’Inghilterra verso l’America, in cerca
di rifugio dalle oppressive leggi razziali
nazi-fasciste, sentì per la prima volta – mi disse – il
peso della propria identità ebraica.
Essere ebrei è un’esperienza complessa che trascende la
religione. Troppo spesso viene erroneamente semplificata
in una etichetta etnica o ridotta ai confini della
discendenza matrilineare. Tuttavia, l’essenza del
sentirsi ebrei abbraccia configurazioni ben più ampie di
queste. Si intreccia a una ricca trama di esperienze di
vita, in particolare quelle segnate dalla persecuzione,
dall’esilio e dalla continua opposizione dialettica nei
confronti delle semplificazioni che chi insiste nel
catalogare l’umanità in scatole ordinate ama applicare.
Questo viaggio di identità è un promemoria che ci
ricorda il complesso patrimonio che è per ognuno di noi
plasmato non solo dall’ascendenza, ma anche dalla
resilienza di fronte alle avversità. Riflette la
profonda connessione delle storie personali alla Storia
grande e ci obbliga a onorare il costante impegno a
ricordare le prove affrontate da coloro che ci hanno
preceduto. Complessità che è non solo dell’identità
ebraica, ma dell’umanità in generale.
Netanyahu, nel suo ultimo intervento negli Stati Uniti e
in questi mesi di costante massacro della popolazione di
Gaza e della West Bank, si è permesso, al pari di chi lo
ha fatto con l’intenzione di ucciderli, di mettere tutti
gli ebrei in un’unica categoria. Si arroga il diritto di
parlare per loro, e invece è contro di loro, e la verità
è che – non si sa se con coscienza o meno – agli ebrei
di tutto il mondo, e certamente anche agli israeliani,
sta facendo non un favore, ma arrecando un grave danno.
Oggi, che solo gli stolti confondono la rabbia del mondo
verso Israele con l’antisemitismo, Netanyahu si permette
di ringraziare il presidente Trump a nome di tutti gli
israeliani e di tutto il popolo ebraico.
Ho provato ribrezzo nei confronti di questo
pronunciamento, mi sono sentita, e sono certa molti
altri di origini ebraiche con me, violata della mia
identità, abusata da un criminale.
Sono mesi che mi sento come in mezzo al mare, al pari di
mio nonno adolescente, tra l’Europa e l’America, più
cosciente che mai dell’impatto che la storia della mia
famiglia ebraica e della grande Storia che li ha segnati
ha avuto sulla mia vita e sulla cultura cui appartengo.
È una storia di diaspore, di dolori grandi, di molte
lingue, di distanze insanabili a causa delle fughe a cui
siamo stati obbligati, dell’impegno etico che è sempre
stato il vero e unico senso di elezione che abbia
motivato la nostra famiglia a sentirsi non superiore
agli altri popoli, ma responsabile verso diritti
universali comuni a tutta l’umanità. Ed è proprio il
nostro dolore a spingerci in testa al corteo di tutti
quelli che sentono questo richiamo e a chiamarci ad
essere, ancora più degli altri, tutori di un obbligo di
compassione, nel senso proprio del patire con gli altri,
perché la pena provata dovrebbe offrirci l’opportunità
di percepire con più facilità quella degli altri.
Dunque a Netanyahu e a chi osa imbrattare il nostro nome
anche solo ringraziando un uomo, uno Stato e i molti
altri, anche quelli europei, colpevoli non solo di
passività, ma anche del sostegno attivo fornito nella
vendita di armi, nel blocco dei corridoi umanitari,
nella distruzione della legittimità del diritto
internazionale e delle istituzioni dell’Onu, tra cui
l’Unrwa (nata per volontà di escludere i palestinesi dal
diritto che protegge tutti i rifugiati del mondo tranne
loro, sotto la Convenzione del 1951 e gli uffici
dell’Unhcr, sottraendoli della possibilità ad avere una
soluzione permanente tra cui il ritorno alla loro terra)
dico una cosa e una soltanto: non in nome di tutti gli
ebrei del mondo. Che nessuno si permetta di ringraziare
Trump in nome nostro, non in nome di tutti gli ebrei,
perché ciò che il mondo ha fatto per 80 anni alla
popolazione palestinese e che oggi sta completando con
un atto finale degno solo di questo lungo e macabro
spettacolo che un giorno tutti diranno di aver
osteggiato, non è stato sostenuto da tutti gli ebrei del
mondo. Al contrario: ce ne vergogniamo.
Manca davvero solo l’ultimo colpo di scena, non la
condanna dei criminali di guerra per lo sterminio di
bambini, donne, malati e anziani, ma invece il
conferimento, proprio a loro, del premio Nobel per la
pace.
10 luglio 2025 (da “il manifesto”)
Questo è
un nuovo intervento di Widad:
La giustizia condizione
necessaria alla pace
di Widad Tamimi
Due anni dopo, il 7 ottobre non è più soltanto una data
impressa nel calendario del dolore: è una linea di
frattura nella coscienza del mondo. Quel giorno ha
scosso le fondamenta del diritto internazionale, della
politica e persino della percezione morale che l’umanità
ha di sé stessa. Rileggere oggi quella tragedia
significa guardare non solo alle 1.194 vite spezzate in
Israele, ma anche alle decine di migliaia di palestinesi
uccisi, feriti o sfollati nella risposta che ne è
seguita. Significa riconoscere che la catena di violenze
non è iniziata né finita allora, ma che da quel giorno
la giustizia ha cominciato a reclamare con più forza il
proprio spazio.
Per due anni, la memoria del 7 ottobre è stata contesa e
manipolata. Da un lato, il ricordo del trauma
israeliano, profondo e legittimo, dall’altro, la
catastrofe palestinese che ne è derivata, ridotta spesso
a «effetto collaterale». Ma la memoria non è un
tribunale e la giustizia non può essere selettiva. Il
diritto internazionale umanitario – quello che regola i
conflitti e tutela la vita dei civili – non ammette
eccezioni: vieta gli attacchi contro i non combattenti,
la distruzione di infrastrutture civili, l’uso della
fame come arma di guerra. Tutto questo, in questi due
anni, è accaduto ripetutamente e sotto gli occhi di
tutti.
Il lavoro delle corti internazionali prosegue con
pazienza e perseveranza: i mandati di arresto contro il
primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex
ministro della Difesa Yoav Gallant (i tre leader di
Hamas, Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh sono
stati uccisi in omicidi extragiudiziali da Israele) ci
ricordano che il principio dell’universalità del diritto
è concreto. La legge è uguale per tutti. Non si tratta
di equiparare le colpe, ma di riaffermare un principio:
la responsabilità penale non conosce bandiere né
ideologie. In questo, la Cpi ha restituito dignità non
solo alle vittime, ma anche al diritto stesso, troppo
spesso subordinato alla ragion di Stato. Negli ultimi
due anni, la distanza tra i governi e le opinioni
pubbliche è cresciuta. Mentre le cancellerie restavano
impantanate nei calcoli geopolitici, le piazze si sono
riempite di studenti, giuristi, accademici, religiosi, e
comuni cittadini che hanno chiesto la stessa cosa:
verità, giustizia e rispetto del diritto internazionale.
È questo forse il cambiamento più profondo: la
consapevolezza collettiva che la giustizia non è più un
affare di élite, ma una pretesa universale.
La politica internazionale ha fallito là dove avrebbe
dovuto prevenire. Per decenni, ha ignorato la radice del
conflitto, affidandosi a negoziati che scambiavano
diritti con tregue temporanee, promesse con occupazioni,
silenzi con armi. Il diritto, invece, pur tra lentezze e
imperfezioni, sta tornando a essere l’unico linguaggio
credibile. Le decisioni della Corte internazionale di
Giustizia, le indagini delle Nazioni unite, le sentenze
sui crimini di guerra segnano un ritorno di civiltà. Non
basta ancora, ma è un inizio.
Oggi, ricordare il 7 ottobre non può significare
scegliere una parte. Significa riconoscere che nessun
popolo può costruire la propria sicurezza
sull’annientamento di un altro. Significa anche
accettare che la giustizia non è un ostacolo alla pace,
ma la sua condizione necessaria. Israele dovrà
affrontare la propria malattia interna – quella di uno
Stato che si è difeso fino a perdere la misura della
difesa.
La Palestina dovrà superare la frammentazione e il peso
di rappresentanze che l’hanno spesso tradita. Ma
entrambi i popoli potranno rinascere solo in un contesto
dove la legge protegge i vivi e onora i morti, senza
distinzione.
Forse il più grande insegnamento di questi due anni è
che il concetto stesso di Stato sovrano, se usato come
scudo per violare i diritti umani, non ha più
legittimità. Il futuro appartiene a un ordine giuridico
capace di anteporre la persona all’interesse nazionale,
la giustizia alla forza.
Due anni dopo, il 7 ottobre ci obbliga a ricordare una
verità semplice ma rivoluzionaria: non esiste pace senza
giustizia, e non esiste giustizia che non sia
universale.
7 ottobre 2025 (da “il manifesto”)
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Ilan Pappé
Abbiamo anticipato nella Home-page una intervista
molto importante di settembre 2024 allo
storico israeliano Ilan Pappé.
Nato nel 1954 ad Haifa da famiglia
ashkenazita tedesca, trasferitasi negli anni
’30 in Palestina per sfuggire alle prime
persecuzioni naziste, Pappé si laurea
all’Università Ebraica di Gerusalemme nel 1978
e poi si reca ad Oxford per studiare storia.
Il suo dottorato di ricerca, che consegue nel
1984, approfondisce il tema della politica
estera britannica verso il Medio Oriente.
Infatti, a partire dai primi anni ’80, molti
documenti classificati vengono resi
accessibili agli studiosi dai governi
britannico e israeliano. Pappé si dedicherà
negli anni successivi allo studio del periodo
della nascita dello stato di Israele e
dell’espulsione e della fuga dei palestinesi
dalla propria terra, in particolare nel
’48-’49. Dal 1984 al 2006 è docente di storia
presso il Dipartimento di Storia del Medio
Oriente e il Dipartimento di Scienze Politiche
dell’Università di Haifa. A causa delle sue
posizioni estremamente critiche verso il
governo israeliano e della sua adesione alla Palestinian
Campaign for the Academic and Cultural
Boycott of Israel, il rettore
dell’Università di Haifa chiese pubblicamente
che Pappé scegliesse volontariamente le sue
dimissioni dall’università mentre anche alla
Knesset (il Parlamento israeliano) veniva
pronunciata una richiesta di licenziamento dal
ministro dell’educazione.
Alla fine, nel 2007 Pappé sceglie di
abbandonare definitivamente il suo paese per
esiliarsi volontariamente in Inghilterra ed
attualmente insegna storia nella Facoltà di
Studi umanistici, Arti e Scienze sociali
dell’Università di Exeter e afferisce
all’Istituto di Studi Arabi ed Islamici; è
inoltre direttore dell’European Centre for
Palestine Studies dell’Università di
Exeter.
Sulla decisione di lasciare Israele, questa è
un’intervista
del 23 marzo 2007 di Michele Giorgio.
E questa è un’intervista,
dello stesso anno, del 23 dicembre 2007,
di Emanuela Irace, incredibilmente attuale e
importante. Entrambe son saltate fuori da
quello scrigno prezioso che è l’archivio
storico de il manifesto.
1) Di alcuni dei suoi libri,
pubblicati in Italia, si è già detto. In
particolare, raccomandiamo ancora quel
libro indispensabile, “Brevissima storia del
conflitto tra Israele e Palestina”,
pubblicato da Fazi Editore. L’ultima sua opera
più ragguardevole è in realtà un corposo volume
di 600 pagine pubblicato in giugno 2024 da OneWorld
Publications (Londra), “Lobbying
for Zionism, on Both Sides of the
Atlantic” (rimasto non tradotto in
italiano); un libro che ha richiesto anni di
lavoro. Pappé lo ha presentato a Londra presso
la Cordoba Foundation. Abbiamo estratto la presentazione
di Pappé dalla registrazione video
dell’intero incontro, e abbiamo finalmente
inserito i sottotitoli in italiano, dunque ecco
il video.
Si tratta di un documento molto interessante che
dura solo mezz’ora, assolutamente da vedere!
Si può anche leggere la trascrizione e, a
fronte, la traduzione in italiano in questo
file_PDF.
2) Importanti sono due
articoli di Pappé pubblicati di recente, il
primo per la New Left Review (21
giugno 2024, London UK), Il collasso del sionismo
e il secondo per Al-Jazeera
(Opinions, 7 ottobre 2024), Israele dopo il 7 ottobre.
Consigliati.
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Francesca Mannocchi
Introduciamo qui una giornalista e scrittrice
coraggiosa, Francesca Mannocchi, che
fa della sua professione un impegno civile:
sempre in partenza per i luoghi difficili e
martoriati della nostra contemporaneità, dove
la storia si fa sofferenza e dove solo una
profonda umanità può permetterle di
avvicinarsi.. per raccontare fatti e persone
con disarmante sincerità.
Cercheremo di mostrare il suo lavoro e la
sua testimonianza preziosa attraverso i suoi
servizi televisivi più importanti.
Immediatamente
dopo l’attacco in territorio israeliano del
7 ottobre 2023 da parte di 2–3 mila
miliziani delle brigate combattenti,
affiliate ai movimenti politici principali
della Striscia di Gaza (Hamas, Jihad
islamico ed altri), Israele sigilla la
Striscia e scatena una distruzione umana e
materiale senza precedenti nella storia più
recente. A nessun giornalista è permesso di
entrare nel territorio di Gaza. Francesca
Mannocchi parte immediatamente per Tel Aviv
e per la Cisgiordania. Dopo i primi
collegamenti in video in ottobre, nella
trasmissione “Propaganda Live” de LA7, una
volta rientrata in Italia presenta di
persona i suoi servizi.
- Il 3 novembre 2023,
Francesca mostra i primi 4 servizi.
Non possiamo nascondere che è stata una
grande emozione. Il suo intervento
all’interno di “Propaganda Live”, condotta
da Diego Bianchi, dura circa 55 minuti e
qui per comodità è suddiviso in 2 parti.
- Tel Aviv - Nella Parte_1
viene mostrato un primo
servizio da Tel Aviv, dove c’è
un presidio permanente dei parenti
degli ostaggi sequestrati dai
miliziani di Hamas; ci sono anche i
sopravvissuti ai raid nei kibbutz
che erano molto vicini al confine con
la Striscia di Gaza. Questi kibbutz
(in realtà, al plurale è kibbutzim)
erano abitati per lo più da pacifisti,
non ostili ai palestinesi.
- Gaza City - Un secondo
servizio, assai breve, è senza parole:
sono immagini girate da un operatore
palestinese a Gaza City,
in un ospedale, tra le vittime dei
pesanti bombardamenti delle IDF
(Israel Defense Forces, l’esercito
israeliano). Fa impressione vedere gli
edifici ancora in piedi.
- Hebron - Il terzo
servizio mostra la vita a Hebron
(Al Khalil per i
palestinesi). Viene raccontata da un
gruppo di ragazzi e da alcuni
abitanti, soggetti alle pesanti
restrizioni da parte dell’esercito e
alle continue violenze e umiliazioni
da parte dei coloni. La città, la
maggiore della Cisgiordania, è divisa
in 2 parti, H1 e H2: la zona H1
comprende la maggior porzione della
città, abitata solo da palestinesi, ed
è sotto amministrazione ANM; la zona H2,
più piccola, comprende la Città
Vecchia e la Tomba dei Patriarchi
(divisa in due parti separate da
grate), che è frequentata per culto
sia da musulmani che da ebrei; nella
zona H2 ci sono 5 piccoli insediamenti
israeliani; è opportuno dare
un’occhiata alla mappa_1
e alla mappa_2.
Nelle mappe sono chiaramente visibili
i molteplici insediamenti colonici
israeliani, quelli incastrati nel
mezzo della Città Vecchia e quello,
ben più ampio, di Kiryat Arba (quasi 8
mila abitanti) che incombe ad Est. A
Kiryat Arba vive Itamar Ben-Gvir
e vi è sepolto Baruch Goldstein,
dei quali avremo modo di parlare
ancora (
ora
è disponibile nella Home-page di
questa sezione il LINK ad un ottimo
documentario su Arte.tv). Gli
abusi dei coloni vengono costantemente
monitorati dalla Ong israeliana B’Tselem,
“Il Centro di informazione israeliano
per i diritti umani nei territori
occupati”; a questa dedicheremo un
focus particolare.
Francesca manifesterà un’attenzione
crescente alla realtà dei coloni,
che ci permetterà di comprendere
meglio questo gruppo così importante
della popolazione israeliana (la
parola inglese è più precisa: settlers,
“quelli che si insediano”).
- Jenin - Nella Parte_2
viene mostrato il quarto
servizio, dalla città più a nord della
Cisgiordania, Jenin, e più
precisamente dal suo campo profughi:
qui sono soprattutto i bambini a
parlare.
Ecco i due video (MP4) che si possono
vedere online e scaricare: Parte_1
(32 minuti) e Parte_2
(22 minuti e mezzo).
- Nella trasmissione del 15
dicembre 2023, Francesca
mostra 4 servizi.
- Hebron - Francesca è
tornata a Hebron e dedica i primi
2 video alle comunità di
pastori delle Colline a Sud di
Hebron, in un’area che diventerà
assai nota a tutti noi per merito del
film “No Other Land”: Masafer
Yatta; di cui si può leggere e si può
vedere il film nella Home-page
di questa sezione. I primi due servizi
durano rispettivamente 4:45 e 7:24
(m:s).
- insediamento di
Otniel - Nel terzo
servizio, Francesca dà la parola ai coloni,
recandosi in un insediamento a qualche
chilometro a sud-ovest di Hebron, Otniel
(Vedi sulla mappa1
nella Home-page). Non è così scontato
poter entrare e poter intervistare gli
abitanti di un insediamento colonico
israeliano. Il servizio dura 7:02 m:s.
- Hebron - Il quarto
servizio è dedicato ad una intervista
a Issa Amro, noto attivista
nonviolento palestinese, che abita
nella zona H2 nel quartiere di Tel
Rumeida, a stretto contatto con
l’insediamento omonimo (durata 9:08
m:s).
Questo è l’intero intervento
di Francesca, che dura complessivamente 36
minuti e mezzo.
- Nella trasmissione di “Propaganda Live”
del 2 febbraio 2024
Francesca mostra 3 clip.
- Jenin - Il primo servizio,
in 2 clip separate, ci mostra
ancora una realtà di cui si parla
poco, la violenza fuori misura
scatenata dalle IDF, dopo il 7 ottobre
’23, anche in Cisgiordania.
La realtà dell’occupazione, negli anni
successivi alla “Guerra dei 6 giorni”
del 1967, è già di per sé al di fuori
di ogni immaginazione. La costruzione,
in numero via via crescente, degli insediamenti
colonici in Cisgiordania porta
con sé uno stravolgimento dell’intero
territorio e del paesaggio (questa
costruzione con relativo insediamento
di popolazione israeliana è
espressamente vietata dall’articolo 49
della IV Convenzione di Ginevra
del 1949 - I governi israeliani hanno
sempre contestato la validità di
questa norma). Un esempio: una
ragnatela di superstrade, percorribili
esclusivamente dalle auto con targa
gialla israeliane, collega gli
insediamenti tra di loro e alle città
in territorio israeliano. Tutte le
altre strade, in pessime condizioni ed
interrotte (in maniera del tutto
arbitraria ed improvvisa) con ogni
genere di ostacoli, sono quelle dei
palestinesi, costretti a lasciare
quindi le proprie auto (con targhe
bianche) in prossimità dei blocchi.
Alla fine, i palestinesi si muovono
per lo più a piedi tra un’interruzione
o un posto di blocco e l’altro (checkpoint)
e nei tratti più lunghi utilizzano i
pulmini collettivi, che fanno la spola
tra i checkpont.
Il servizio di Francesca dà la parola
ai palestinesi di Jenin ed
alla responsabile sanitaria (italiana)
del presidio di Médecins Sans
Frontières, che testimonia
dell’attacco sistematico dell’esercito
israeliano agli Ospedali. Nella seconda
clip ascoltiamo due
testimonianze durissime, che esprimono
nella maniera più semplice e asciutta
l’enorme sofferenza patita e la
toccante dignità con cui essa viene
affrontata, un grande insegnamento di
umanità.
- Tel Aviv - Ecco,
nella terza clip, una
realtà importante della società
israeliana: tenuta nascosta,
numericamente esigua, nondimeno essa
merita l’attenzione e il
riconoscimento che costituisca una
comunità di donne e uomini giusti.
Parliamo dei cosiddetti Refuseniks,
obiettori di coscienza al servizio
militare, che è obbligatorio in
Israele. Su di loro ci sarebbe molto
da raccontare, perché hanno una
storia; sulla pagina web che era
l’antenata di questo sito c’era una
sottosezione ad essi dedicata, occorre
aggiornarla per mostrarla, per ora e
per informazione ci sembra utile
questa pagina
recente di today.it.
Francesca intervista e dà voce ad uno
di questi ragazzi.
Questo è l’intero intervento
di Francesca, che dura circa 34 minuti.
continua...
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Iain Chambers
Iain Chambers è un antropologo e sociologo nato
in Inghilterra nel 1949. È stato membro del
gruppo diretto da Stuart Hall all’Università di
Birmingham, il Centre for Contemporary
Cultural Studies, dove hanno avuto
sviluppo gli “Studi Culturali”; poi,
trasferitosi a Napoli, è stato docente di Studi
Culturali e Postcoloniali all’Università
“L’Orientale” di Napoli.
A pochi giorni dal 7 ottobre 2023, Iain scrive
un breve articolo per il Manifesto, che viene
pubblicato il 15 ottobre. Lo proponiamo qui di
seguito:
Il cuore nero
dell’Occidente coloniale
A Gaza non si ferma un genocidio programmato
da parte di Israele, risposta agli assassinî e
alle atrocità compiute da Hamas sui civili
israeliani. Noi che assistiamo, al di là della
spirale del linguaggio delle istituzioni
politiche e dei media occidentali, siamo
chiamati a condannare il terrorismo ma non a
cercare di comprenderne le cause.
Il terrorismo è stata anche un’etichetta
applicata dalle autorità britanniche in
Palestina ai futuri capi politici dello Stato
ebraico. Il suo significato mutevole, dalle
donne che portavano bombe nelle loro ceste nei
quartieri europei nella battaglia d’Algeri
agli assalti e ai massacri perpetrati da
Hamas, suggerisce una storia piuttosto che un
semplice evento abominevole. I 75 anni
trascorsi dalla fondazione dello Stato di
Israele hanno visto la costante colonizzazione
della Palestina, strappando brutalmente il
territorio e le vite dei suoi abitanti
autoctoni.
Israele, in quanto sfogo del senso di colpa
dei poteri europei, riparazione della Shoah ed
esercizio di colonialismo occidentale, solleva
questioni molto più profonde di quanto le
etichette pronte del terrorismo e della guerra
in Medio Oriente siano in grado di accogliere.
La geopolitica che permette a certi poteri di
essere esercitati e ad altri di essere
emarginati e schiacciati non è solo l’evidenza
empirica di poteri asimmetrici; rivela anche
il copione e la posizione di coloro che
scrivono e definiscono la narrazione. È
proprio qui che il sionismo si intreccia con
la costituzione coloniale del mondo moderno.
Se Israele non è geograficamente in Occidente,
è storicamente, politicamente e culturalmente
dell’Occidente. Ciò solleva la questione della
necessità per l’Occidente, e non solo per la
Germania, di trasformare il senso di colpa per
la Shoah nel compito politico e culturale, ben
più arduo, di assumersi la responsabilità
della formazione genocidiale della modernità:
dalle Americhe, dall’Africa, dall’Asia e
dall’Oceania all’Olocausto europeo. Questa
contro-narrazione, già sperimentata da Hannah
Arendt e Aimé Césaire, ci trascina in
temporalità e poteri strutturali più profondi.
Qui, l’evidenza contemporanea e storica che
alcune vite contano più di altre rivela
continuamente la disposizione razziale della
nostra costituzione coloniale.
Riconoscere questo cuore di tenebra e la
nostra responsabilità nel produrre la
resistenza alle nostre intenzioni coloniali
che ha portato alla risposta brutale e
fondamentalista di Hamas non significa
giustificarla. Piuttosto, significa iniziare a
capire che non sono tanto «loro» quanto noi ad
aver prodotto il mondo che testimonia le
atrocità perpetrate in Palestina.
I risultati del colonialismo e della modernità
occidentale non possono essere semplicemente
riportati indietro o annullati, ma possono
essere riconfigurati. Altrove, nelle lotte per
i diritti degli indigeni in America Latina e
in Australia e nell’uscita postcoloniale
praticata in Sudafrica, dove si sta
smantellando l’ordine razziale di un apparato
coloniale di apartheid, la colpa viene
rielaborata in responsabilità.
Ciò dimostra che l’attuale modello coloniale
occidentale di supremazia bianca non ha
necessariamente l’ultima parola.
Per molti lettori è come aprire gli occhi su
una imprescindibile presa di coscienza. Con
questo scritto, Iain Chambers inizia una lunga e
sofferta riflessione sulle origini e sull’idea
di Occidente, dedicata ad un pubblico (italiano)
che non è a conoscenza nemmeno dell’esistenza
degli studi postcoloniali. Egli, infatti,
focalizza subito l’attenzione su quella
caratteristica fondativa dell’Occidente, nel suo
sviluppo capitalistico, che è il colonialismo.
Iain, negli articoli che si susseguiranno nei
mesi successivi durante l’indicibile catastrofe
di Gaza, dipana lentamente e cocciutamente un
gomitolo, tornando e ritornando sugli stessi
concetti, ogni volta aggiungendo un nuovo
sprazzo di luce. Proponiamo qui 4 raccolte di
questi articoli. Scrittura densa, che ha bisogno
di essere letta con lentezza per seguirne il
linguaggio. Scritti, dunque, che possono essere
letti in tempi diversi, per apprezzarne i molti
riferimenti e i momenti di sincera
partecipazione emotiva.
La prima raccolta
è ICm1,
da noi intitolata “Gaza e l’Occidente”.
La seconda raccolta è ICm2,
intitolata “Gaza e l’Università”. La
terza raccolta è ICm3,
intitolata “Gaza e il Genocidio”. La
quarta raccolta è ICm4,
intitolata “Gaza e la grammatica coloniale”
La parola genocidio era già
presente al primo rigo del primo articolo, ad
una settimana dal 7 ottobre, seguita da un
attributo: programmato.
E qui di seguito proponiamo per esteso
l’articolo del 6 giugno 2025, che è il primo
della quarta raccolta di sopra, che rappresenta
insieme un suggello di quanto scritto fino ad
allora e l’inizio di un ulteriore sviluppo della
riflessione necessaria su un’altra parola,
colonialismo:
La grammatica
coloniale e l’oblio di Gaza
Di fronte alle atrocità commesse a Gaza,
l’Occidente si ritrova bloccato nello specchio
oscuro della propria storia. Confrontato con
le prove del colonialismo, dell’apartheid,
della pulizia etnica, dei campi di
concentramento e del disprezzo razzista per la
vita altrui, si trova a fare i conti con la
propria grammatica storica. Affrontare il
massacro dei palestinesi da parte di Israele
significa, in ultima analisi, affrontare gli
orrori della nostra stessa formazione politica
e storica.
Esercitando il diritto all’autodifesa contro
chi è vittima della propria colonizzazione –
stranamente, ai colonizzati non è permesso
usare questo linguaggio, sono semplicemente
«terroristi» – Israele svela tutto.
Rappresentando l’«unica democrazia in Medio
Oriente» che sta combattendo una guerra contro
barbari e animali, lo Stato ebraico ci
trascina tra le rovine di Gaza per chiederci
come siamo arrivati a un tale abisso atroce.
La risposta è ovviamente il colonialismo.
L’esercizio del diritto occidentale a
rivendicare e conquistare il mondo è una
realtà storica innegabile. È inscritto nel
linguaggio stesso che i governi e i media
europei continuano a utilizzare per affrontare
il genocidio a Gaza e la violenza quotidiana
in Cisgiordania. Strutturalmente dipendente
dalla razzializzazione del pianeta per
«giustificare» il proprio esercizio, tale
linguaggio rivela brutalmente che alcune vite
(quelle dei bianchi e degli occidentali)
contano molto più di altre. Alcuni hanno il
diritto di essere nominati e pianti, altri
rimangono anonimi mentre i loro cadaveri si
accumulano nell’ombra dei «danni collaterali».
Storicamente, per decidere chi deve essere
riconosciuto e chi deve essere schiavizzato,
venduto, espulso o sterminato, è sempre stata
necessaria la disumanizzazione e l’imposizione
di un ordine razziale sull’umanità.
Eppure, il concetto di colonialismo non viene
mai utilizzato nel discorso pubblico o nel
dibattito politico. Si tratta di una storia
troppo dirompente in cui Netanyahu e Hamas
sono soltanto dei sintomi, non delle cause.
I sionisti che un secolo fa arrivarono in
Palestina per colonizzarla – questo era anche
il termine da loro usato, ma all’epoca il
colonialismo e il fardello dell’uomo bianco di
portare la civiltà nel mondo erano altamente
rispettabili e moderni – erano bianchi e
occidentali. Gli altri ebrei che avevano
vissuto per secoli in Palestina e nel mondo
islamico – dal Marocco all’Iraq – erano
considerati dai nuovi arrivati come tracce
indesiderate di un mondo premoderno.
Questi ebrei mizrahim (in ebraico
semplicemente «orientali», NdR)
furono costretti ad abbandonare il loro
dialetto giudaico-arabo e ogni legame con il
mondo “orientale”. Le idee di progresso,
modernità, stato-nazione, sionismo e
supremazia bianca si intrecciano qui in modo
inquietante in quello che Cedric Robinson
definirebbe capitalismo razziale.
Le conseguenze sono il terrore razziale, il
genocidio, la pulizia etnica, lo sterminio e
l’ossessione della superiorità razziale basata
sulla purezza e sulle linee di sangue: dalla
conquista dell’ultimo regno arabo di Granada
nel 1492, alla deliberata cancellazione di
culture, storie e vite umane in mappe astratte
disegnate nella spartizione imperiale
dell’Africa da parte delle potenze europee nel
1884-5 a Berlino, fino ai fanatici ebrei di
Brooklyn di oggi che trasformano la valle del
Giordano nella frontiera senza legge di uno
stato etnico-religioso. Siamo ancora a portata
d’orecchio del morente Kurtz alla fine di
Cuore di Tenebra: «Sterminate tutti i bruti».
La difficoltà che l’Occidente ha nel
riconoscere i palestinesi come esseri umani
meritevoli della nostra empatia e del nostro
sostegno emerge da questa lunga notte
coloniale.
Forse raccontare questa storia nell’osceno
dramma di Gaza è troppo per un Occidente che
per secoli strutturalmente dipendeva da questi
rapporti crudelmente ingiusti. Ciò
richiederebbe la demolizione della nostra
casa, costruita sul colonialismo e sul
razzismo e sigillata dalla supremazia bianca,
e la costruzione di un’altra guidata da un
umanesimo commisurato al mondo e non
esclusivamente all’Occidente.
In questo cuore di tenebra, il genocidio di
Gaza e il terrorismo dello stato di Israele ci
riguardano da vicino.
Senza vergogna né senso di colpa, Israele
sfoggia con orgoglio la costituzione coloniale
della modernità occidentale. La questione,
quindi, non è di natura umanitaria, ma storica
e politica. Fermare Israele e annullare le sue
intenzioni omicide nei confronti dei
palestinesi significa fermare, smantellare e
decolonizzare il nostro stesso percorso. Non
si tratta semplicemente del riconoscimento
politico della nostra responsabilità per le
ferite aperte del mondo moderno. Si tratta di
un processo pedagogico più profondo, di un
apprendimento da Gaza e dai palestinesi.
Questo processo è appena iniziato.
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Francesca Albanese
Francesca Albanese è nata nel 1977 ad Ariano
Irpino (Avellino) ed è per titolo avvocata internazionalista.
Dal maggio 2022 ricopre la carica di
“Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla
situazione dei diritti umani nei territori
palestinesi occupati dal 1967”.
Si tratta di un incarico conferito
dal Consiglio dei Diritti Umani delle
Nazioni Unite (UNHRC), che rientra nel
sistema delle Procedure Speciali,
che sono singoli o gruppi di esperti in
materia di diritti umani, indipendenti, con
il mandato di riferire (al Consiglio) e
fornire consulenza sui diritti umani da una
prospettiva tematica o specifica per paese.
Si tratta di incarichi non retribuiti e la
loro durata è limitata a un massimo di sei
anni.
Il Consiglio dei diritti umani, così come le
altre componenti delle Nazioni Unite, nel
corso dei decenni (dall’istituzione nel
1945) ha visto lentamente attenuarsi il
proprio prestigio e, di conseguenza, il
proprio impatto sulla scena pubblica
internazionale: è venuto meno essenzialmente
il sostegno e la volontà da parte delle
nazioni di tener fede all’impegno assunto
alla fine della Seconda Guerra mondiale
(“mantenere la pace e la sicurezza
internazionale attraverso la cooperazione,
il rispetto dei diritti umani e
l'uguaglianza tra i popoli”), così come
espresso dalla Carta
di San Francisco. La responsabilità maggiore
e manifesta è delle potenze occidentali,
completamente concentrate sulla difesa dei
propri interessi geopolitici e soggette alle
leggi dell’economia capitalistica.
Francesca Albanese, che aveva già una
esperienza, maturata sul campo, della
“questione palestinese”, ha assunto il suo
incarico con una dedizione, onestà e passione
civile non comuni. Al momento dell’attacco
efferato ed infausto da parte di Hamas, del 7
ottobre ’23, all’esterno del confine sigillato
della Striscia di Gaza, la Relatrice speciale
aveva redatto in un anno e mezzo di lavoro i
primi 3 rapporti (di cui il terzo, appena
terminato, sulla condizione dei bambini
palestinesi). Da quel momento la vita cambia
completamente, la sua immagine e il suo lavoro
vengono proiettati sulla scena mondiale, i
suoi successivi rapporti sono un potente atto
di accusa dell’operato del governo e dello
Stato d’Israele storicamente inteso, e delle
complicità di cui ha potuto godere, fino a
permettere una comprensione più profonda, da
parte di chiunque volesse dedicarsi ad uno
studio della storia, dei fatti che hanno
segnato la cosiddetta “questione palestinese”.
L’avvocata non si sottrae alla esposizione
mediatica e la prova è durissima, si sente
catapultata in prima linea e combatte con le
armi a lei congeniali contro intimidazioni,
sanzioni e odio. La qualità, che è forza e
debolezza insieme, che maggiormente si
manifesta pubblicamente è un’empatia istintiva
e diretta, che potremmo addirittura chiamare
“disarmata e disarmante”.
Oltre che al suo primo pamphlet
“J'Accuse” (con Christian Elia - Fuori Scena),
pubblicato a caldo nel novembre del 2023,
rimandiamo qui ad un libro più intimo nel
quale è possibile scoprire un piccolo mondo di
amicizie significative e così entrare come in
familiarità con lei: il libro è “Quando il
mondo dorme” (Rizzoli) del maggio del 2025. I
testi dei suoi 6 rapporti (senza le note),
fino al giugno ’25, sono stati pubblicati a
novembre del 2025 in un volume coraggioso:
“Inside - Dentro la violenza di Israele”
(Fuori Scena). Qui cercheremo di pubblicare
alcuni di questi rapporti, in italiano, pur
riconoscendo che per il lettore rappresentano
una bella sfida.
Nei primi giorni di gennaio 2026 è uscito in
Italia il documentario di Christophe Cotteret
“Disunited Nations” (Francia, 2025).
Questo documentario non è attraente, come
sanno essere oggi alcuni prodotti
dell’industria cinematografica, ma è una buona
introduzione alla riflessione sul significato
di una istituzione come l’ONU, in un momento
storico difficile come quello attuale, oltre
che una introduzione al lavoro non molto noto
degli esperti del diritto; infine è un
ritratto di una donna coraggiosa. Il
documentario è distribuito sulla piattaforma
ARTE (fino a marzo 2026), ma abbiamo preferito
lavorare sulla versione audio originale (con
la voce di Cotteret), correggendo e rieditando
poi i sottotitoli in italiano:
Christophe Cotteret, Disunited_Nations
(Francia, 2025) [file MP4, che si può
scaricare e utilizzare anche su uno schermo TV
più comodamente].
Consigliamo vivamente di guardarlo.
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continua...
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