Il test morale che le nazioni “civili” stanno fallendo

Mario Ricciardi

Ciò che sta accadendo a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Nella dimensione personale di ciascuno, è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con qualcosa che mette in discussione le nostre certezze. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che gli atti in questione avvengono “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti.

Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è più tornato perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.

Tutto questo è terribile, e provoca in molti una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. In un qualche senso mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Non possiamo scegliere di non sapere, una volta che abbiamo appreso. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo portare testimonianza di ciò che è accaduto a queste vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare a altro.

La testimonianza è essenziale – come lo è stata per il genocidio degli armeni e per la shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul «perché» tutto questo sta accadendo. Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente?

Anche chi ammette che ci sono casi in cui l’uso della forza è giustificabile – per esempio per respingere un atto di aggressione potenzialmente letale – non potrebbe rispondere affermativamente a queste domande. Non può, perché uscirebbe dal perimetro segnato dal principio supremo della moralità: l’eguale rispetto che dobbiamo alle persone.

Questo ci conduce al secondo senso per cui ciò che sta accadendo a Gaza è un test morale: quello pubblico, che ha a che fare con la sfera delle relazioni tra persone all’interno di una comunità politica, e tra le comunità politiche sul piano internazionale. In questa dimensione a essere messa alla prova non è la coscienza individuale, ma quella collettiva, che si esprime nella capacità di ragionare insieme su ciò che è giusto e sbagliato (per questo chi vuole che il massacro vada avanti fino alle estreme conseguenze è così determinato a impedire che ci sia una libera conversazione sulle atrocità che sono state commesse dall’esercito israeliano).

Qui le domande riguardano in primo luogo le regole. L’idea stessa di diritto è incompatibile con quella di doppio standard. Se un atto è contrario al diritto penale internazionale, lo è sempre, chiunque ne sia responsabile. L’attacco che il governo israeliano, con la complicità di quelli di buona parte dei paesi europei e degli Stati uniti, ha condotto a queste regole sta cambiando l’ambiente normativo nel quale vivranno i nostri figli e le nostre figlie.

Le notizie di queste ore, e in particolare la conversazione tra Trump e Netanyahu, fanno pensare che ci stiamo avvicinando alla fase finale della distruzione di Gaza, che potrebbe condurre al trasferimento altrove di quel che rimane della popolazione locale.

Ciò che era considerato «impensabile» sta tornando a essere attuale. Affermando con dichiarazioni e atti il doppio standard, i governi che si sono schierati a difesa della guerra di Israele contro la popolazione civile di Gaza pongono quindi anche una questione di moralità pubblica cui non possiamo sottrarci.

Siamo pronti a accettare il ritorno a una mentalità come quella dei giuristi del diciannovesimo secolo che riservavano la protezione del diritto internazionale solo alle «nazioni civili»? Siamo disposti a assistere senza far nulla al ritorno al privilegio di una «civiltà occidentale» dietro la quale si nasconde un suprematismo sempre più aggressivo, rispetto al quale anche i «moderati» chinano il capo? Israele «fa il lavoro sporco per noi», ha detto Friedrich Merz. Vogliamo che questa frase consegni alla storia ciò che siamo stati e la nostra tempra morale?


(il manifesto, 9 luglio 2025)